Alla ricerca di indizi – 02 caveja cantarena

La caveja cantarena

E’ diventato il simbolo della Romagna, è la “caveja”, traducibile come “cavicchia” o forse “caviglia”, nient’altro che un perno per trainare o frenare il carro o l’aratro, però riassume l’identità contadina dei romagnoli. La caveja è costruita da una pagella, uno stelo, da 2 a 6 anelli a sezione circolare o quadrata e talvolta fiocchi colorati. Per capire nello specifico di cosa rappresenta nella cultura romagnola bisogna fare un viaggio in quel mondo rurale in cui le macchine non avevano ancora sostituito il lavoro umano ed animale. I contadini aravano i campi utilizzando la forza dei buoi che erano accoppiati due a due tramite un giogo. Il giogo era essenzialmente un pezzo di legno appoggiato al collo delle bestie e tenuto fermo da cinghie legate alle corna e da un sottogola. All’estremità opposta il giogo aveva un’asola, tramite la quale veniva fissato all’aratro o al carro attraverso un timone. Per tenere insieme giogo e timone serviva un perno: un tempo questo era di legno, ma per quanto resistente finiva per consumarsi sotto la forza potente dei buoi, così si optò per perni in metallo, le caveje appunto.
La caveja, infilata in modo obliquo, garantiva sia il traino del carro o dell’aratro, sia la frenata. All’inizio la caveja era un semplice perno di metallo, a cui veniva fissato un anello che serviva nella manovra di sgancio. Quell’anello, ondeggiando e sbattendo sul perno, causava un tintinnio piacevole. I contadini iniziarono così a inserire sempre più anelli. Elemento fondamentale della caveja divenne quindi anche il suono. In alcune zone infatti è per chiamata “caveja cantarena”, poichè il suo tintinnio non conosceva sosta, in altre “caveja campanera”o “campanena”, perchè si narra che in un paese fosse stata usata per un periodo in sostituzione della campana della chiesa che non funzionava. Il suono serviva anche a far sentire la presenza dei buoi di notte. Oltre che a far riconoscere il proprietario grazie ai diversi suoni. Divenne consuetudine fra le famiglie contadine fare le gare a chi avesse la caveja più bella o più canterina. La caveja era un vero e proprio status symbol. Si iniziò a decorarle e I il numero degli anelli sottolineava la classe sociale. Già quattro o sei anelli indicavano una certa agiatezza. Le immagini che venivano scelte erano strettamente collegate al mondo agricolo: una mezzaluna, simbolo del ciclo lunare, un sole, un’aquila. Persino draghi e cuori. Ma si sceglievano anche simboli cristiani, come la croce e la colomba, simbolo della pace e dello Spirito Santo, i pavoni, simbolo di resurrezione. Ma il simbolo che ha battuto tutti gli altri alla fine è stato il gallo, simbolo della campagna sia dell’antica radice celtico-gallica fieramente conservata nelle campagne e sopravvissuta alle molte invasioni. Solo poche famiglie contadine possedevano una caveja decorata, ed era in genere usata soltanto in occasione delle feste di paese e delle fiere. La gran parte di esse poteva permettersi solamente una caveja senza decorazioni e una pagella circolare con uno o due anelli di piccole dimensioni. Gli esemplari più antichi giunti fino a noi risalgono al XIV-XV secolo. Sono caveje semplici, con solo uno o due anelli, incisioni sullo stelo molto essenziali e decorazioni della pagella sobrie: croci e forme geometriche. Le prime caveje riccamente decorate risalgono invece alla metà del “700, quando proprietari benestanti cominciarono a volerere anelli di bronzo e immagini di grappoli d’uva, spighe di grano, tralci di vite.
Nei secoli le caveje assunsero valenze magico-propiziatorie, utilizzate quindi in rituali specifici, come ad esempio per divinare il sesso del nascituro: l’azdôra, la donna più anziana della casa, faceva il segno della croce con una caveja, girava 3 volte attorno alla gestante seduta su di una sedia e appoggiava la caveja a una base, accendeva una candela alle sue spalle e attendeva la risposta. Se si fossero fermati per primi gli anelli di sinistra il bambino sarebbe stato un maschio, se si fermavano prima quelli di destra una femmina. Se tutti gli anelli si fossero arrestati contemporaneamente, un evento molto raro, ci si attendeva un aborto. La caveja era poi usata dopo la semina, al fine di tenere lontano i potenziali pericoli per il raccolto, e ancora per attirare e catturare le api, calmare i temporali, liberare qualcuno dal malocchio e tenere lontano il Mazapegul, il folletto metà gatto e metà scimmia che si pensava entrasse nelle case durante la notte per soffocare le donne o spaventare il bestiame. Veniva anche con scopo propiziatorio nelle case degli sposi novelli. Durante la Settimana Santa, gli anelli della Caveja venivano legati dal giovedì fino al sabato Santo, come avveniva per le campane delle chiese. Per molti secoli la caveja è stata solamente patrimonio del mondo rurale e strumento di utilizzo pratico. Perché diventi un vero e proprio simbolo dell’identità romagnola bisogna arrivare in tempi relativamente recenti, ossia all’inizio del ‘900. Quando cioè il suo uso pratico inizia un lento declino, dovuto all’introduzione graduale delle macchine e allo smantellamento dei sistemi agricoli che erano stati utilizzati nei secoli precedenti. In quel periodo nasce un vero e proprio movimento di intellettuali che si impegnano per salvare le tradizioni del territorio e per ricodificarle nel contesto dell’Italia unita. Studiarono le tradizioni, annotarono canti popolari, filastrocche, frammenti, dialetti, con l’idea di creare specialisti in grado di codificare e divulgare la storia della Romagna. C’erano testate come “Romagna”, “il Plaustro”, “La piê”.
Capofila di tutto questo fu Aldo Spallicci, padre costituente, parlamentare, medico e poeta, a cui la Romagna deve la sua identità contemporanea. Non per nulla venne definito “e ba’ d’la Rumagna”. Fu lui a scegliere la caveja come simbolo della Romagna e a farla diventare l’immagine che racconta in modo più immediato l’identità romagnola.

 

LA CAVÉJA DAGLI ANËLL


 


Drêtta, pianteda avanti sora e’ tmon
us d’una torza a vent êlta int al man,
La caveja la canta e la fa bon
cme un campanil che sliga al su campan.

E int agli anëll l’è tota la passion
d’una canta cl’la mor tra un viol ‘d luntan,
l’ha e’ trell dl’alodla, e’ stridar de’ rundon
e tot al nòstar vos ch’al  condla e’ gran.

Agli anlini agli ha un son che pê d’arzent
cme e’ sgrignê d’un babin ch’ le sempr’ in mossa
ch’ l’ha al ganass ch’ al fa i bus, bianch int i dent.

J anlun vosa da babb, vuslona grossa
ch’la vrebb l’ëssar cativa e la i è amiga:
ëch la musica bona dla fadiga.

(Aldo Spallucci 1909-1973)

Una piacevole scoperta

Immagine dell'opera

Statoio – Caveja

produzione romagnola – sec. XX – 1930
MET – Museo degli Usi e Costumi della Gente di Romagna

Caviglia da timone (statoio), usata per bloccare il timone al giogo con funzione frenante. La caveja testimonia chiaramente l’appartenenza all’epoca fascista, sia nello stile rigido sia nel contenuto, rappresentato dal simbolo fascista con ai lati le due stelle della disciplina militare. Reca infatti la data del 1930. Due anelli, nappe di lana e alcune parti in cuoio.

Chi cerca trova

Sfidiamo i visitatori ad una caccia al tesoro digitale nei musei dell’Emilia-Romagna, alla ricerca di immagini, oggetti, opere sul tema della caveja… basterà taggare la nostra pagina usando l’hashtag #patercaccialtesoro e il tag alla pagina di IBC Emilia-Romagna..

Qualche suggerimento per iniziare

Stampa: carro agricoloUgonia Giuseppe

sec. XX (1923 – 1923)

Museo Ugonia di Brisighella

 

 

Statoio: cavejaVaroli Luigi

sec. XX (1900 – 1940)

Museo Civico
Luigi Varoli

 

 

Dipinto: Il Carro romagnoloVinzio Giulio Cesare

sec. XX (1910-1930)

Pinacoteca Civica «Melozzo
Degli Ambrogi» di Forlì

 

 

Adesso tocca a voi